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Quarto Potere: di chi?

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Gianpiero in GiapponeQuando un capitano d'impresa lavora con il consenso dei suoi collaboratori, gode della loro stima, realizza un ottimo prodotto apprezzato dal pubblico e dal mercato, porta in attivo i conti della sua azienda, il suo datore di lavoro, ossia il proprietario dell'impresa, che fa? Lo licenzia? Certo che no. Fa di tutto affinché rimanga, ne valorizza la presenza, cerca di non farselo strappare dalla concorrenza. Questo vale per tutte le imprese, anche per quelle editoriali come il Corriere della Sera. Eppure, il primo giornale italiano ed uno dei più grandi giornali europei ha subito il cambio del direttore, nonostante lo stato di ottima salute di cui ha goduto nei sei anni di direzione di Ferruccio De Bortoli.
Il Corriere di questi ultimi anni è stato un giornale davvero plurale, serio, sobrio, rigoroso, moderato. Non ha cavalcato la tigre sdentata del giustizialismo contro Berlusconi, ma non ha esitato a porre la questione del monopolio del controllo dei mezzi televisivi da parte dell'attuale Presidente del Consiglio come uno dei problemi più gravi da risolvere in Italia. Ha appoggiato la scelta di combattere la guerra del Kosovo e quella in Afghanistan, ma ha dichiarato a chiare lettere la inopportunità della guerra in Iraq che, infatti, non ha risolto il problema del terrorismo, non è servita a distruggere armi di distruzione di massa, non ha portato pace e benessere al popolo irakeno; è servita a togliere potere ad uno degli uomini peggiori esistenti al mondo, ma è costata un prezzo alto di vite umane, non ancora definito e chiuso. Insomma, il Corriere è stato un giornale libero, libero anche di criticare le scelte di chi governa. C'entra tutto questo con le dimissioni del direttore del Corriere? In genere, dimissioni come queste vengono definite spintanee, piuttosto che spontanee, come ci hanno detto i vari padroni del vapore. Stentiamo a crederci: sarebbe davvero troppo. Tuttavia, stentiamo anche a credere che una persona innamorata del suo lavoro come De Bortoli se ne sia andato per stanchezza, voglia di cambiare aria o altro del genere.
Il nuovo direttore, Stefano Folli, è un bravissimo giornalista ed il più bravo analista politico esistente in circolazione. Da quando è subentrato al suo predecessore, la sua rubrica, che ci aiutava ad orientarci nel panorama politico nazionale e non solo, ci manca. II suo nome, però, non può bastare da solo a garantire l'autonomia e la libertà di una delle più grandi imprese culturali italiane e della più influente in assoluto; affinché il Corriere della Sera rimanga quell'istituzione di garanzia che è stato fino ad oggi, è necessario, come ha scritto Giovanni Sartori, che i lettori stessi vigilino e impediscano, con la loro cittadinanza attiva, il superamento della soglia del
"Rubicone della libertà", ossia che il potere politico non diventi in grado di condizionare e controllare ogni mezzo autorevole d'informazione.
Il governo Berlusconi è fortemente in ritardo con il suo programma di governo. Dove sono le riforme del fisco, della giustizia, della burocrazia, dove sono le grandi opere pubbliche? Fino ad oggi, il governo si è distinto per le leggi sul falso in bilancio, sul rientro dei capitali dall'estero (in pratica, chi evade lO mila euro paga sanzioni e somme per intero, chi evade lO milioni di euro portandoli alle Bahamas, li riporta in Italia, paga il 2,5% della cifra, riceve le lodi del Ministro Tremonti e pace, stanno tutti bene), sulla pur giusta legge Cirami, ma approvata al solo scopo di tentare di salvare l'onorevole Previti.
E' bene che non Polis, ininfluente rivista di provincia, ma il Corriere della Sera continui a dare il fastidio che ha dato controllando chi governa e senza che i suoi direttori temano di essere cacciati, sia pure con il massimo della diplomazia così nessuno grida allo scandalo, semplicemente per aver fatto il proprio dovere.

Polis, giugno 2003.

 



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