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Grazie, Maria Grazia

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Non dimentico Maria Grazia Cutuli. lo sto con Maria Grazia, sto dalla sua parte. Sto dalla sua parte, di Julio Fuertes, di Harry Burton, di Azizullah Hairi, di Ulf Stromberg, dei tre colleghi europei morti insieme a loro nel corso di questa guerra in Afganistan, degli 800 reporter morti negli ultimi quindici anni, mentre ci mettevano al corrente di quello che accadeva nei conflitti che in ogni angolo della terra si sono combattuti.

Ho soltanto paura di non essere all'altezza di questa partigianeria, ma questi sono problemi personali, me li tengo per me. Nonostante una vicenda così seria come la morte di giornalisti su un fronte di guerra imponga riflessione, meditazione, confronto responsabile, dialogo con parole soppesate, azione coerente e forse anche un rispettoso e riverente silenzio, le reazioni registrate di fronte a questo tragico fatto rendono inevitabile un chiarimento, una presa di posizione netta. Perché ogni volta che qualcuno dice:"Però questi giornalisti la morte se la cercano", questo qualcuno si mette contro Maria Grazia Cutuli e contro tutti quelli come lei. E ogni volta che qualcuno dice:" Che incoscienza andare in zone così rischiose", si mette contro lei e quelli come lei ancora una volta. E, peggio ancora, ogni volta che qualcuno dice: che gusto orrido quello di fare lo scoop raccontando a tutti i costi di morte, distruzione, bombe e pallottole, si mette contro questi giornalisti che intendono solo fare il loro mestiere. Perché di questo di tratta. Di persone che amano il loro mestiere, come un medico può amare curare i malati e un professore insegnare la filosofia ai propri alunni.

Il giornalista ha il compito di raccontare quello che vede e che il lettore deve sapere. Cerca la verità, cerca di penetrare la realtà, per capirla e raccontarla ad un pubblico che, come diceva Montanelli, è il suo unico padrone. Non è un mestiere facile. Perché questa narrazione è influenzata dalle proprie idee,dalle proprie convenienze, dalle pressioni del direttore, dagli interessi dell'editore, dalle distorsioni dei propri occhi e dalla propria cultura e quindi è necessario un continuo sforzo critico ed autocritico per far arrivare la notizia quanto più pulita possibile. E questo comporta coraggio, sacrificio, esercizio di autocontrollo, onestà intellettuale, ma soprattutto amore per la propria professione. Ed è l'amore per la professione che fa la differenza tra un medico e un altro, tra un insegnante e un altro, tra un giornalista e un altro. "Non esiste un giornalismo buono e un giornalismo cattivo. Esistono giornalisti bravi e giornalisti cattivi": non ricordo chi lo ha detto, ma aveva ragione. E Maria Grazia era una brava giornalista; non solo perché è morta per fare bene il suo mestiere, ma perché non cercava l'angoscia del suo lettore, neanche quando scriveva dei massacri in Ruanda, ma solo la sua attenzione e la sua riflessione, perché trascorreva le ferie nei luoghi di lavoro per prepararsi meglio a descriverli e a spiegarli, perché era felice di fare la giornalista. Ma attenzione: felice di fare la giornalista, non felice di andare in contro alla morte. Perché Maria Grazia amava il mondo ed amava la vita.

E avrebbe voluto continuare a vivere con tutta se stessa, per continuare a girare il mondo e a farcelo conoscere. Quando, con un contratto a termine con l'O.N.U., andò in Ruanda per essere testimone della guerra civile tra Tutsi ed Hutu, ebbe modo di vivere anche la fine di quel conflitto. I machete si fermarono mentre lei era lì, a descrivere i cadaveri che scorrevano nei fiumi e le teste mozzate. La notte in cui i machete si fermarono, ballò la sua gioia su un magnifico prato all'inglese, insieme a tutti i missionari dell'O.N.U., i giornalisti, i volontari; fu eletta Miss Kigali, perché Maria Grazia era fortemente femminile, ed era bella, molto bella. Le foto ruandesi di quella sera la riempivano di orgoglio.

La sorella ha riportato in Italia, dall'Afganistan, i vestiti lavati in una lavanderia di Jalalabad, ancora avvolti nella carta: anche nel fango del fronte di guerra trovava il tempo per la cura di sé. Non dite, allora, che se l'è cercata la morte, perché Maria Grazia era andata sul fronte per cercare la vita, non la morte.

"Niente rileva l'uomo quando la guerra, niente ne esaspera con uguale forza la bellezza e la bruttezza, l'intelligenza e la stoltezza, la bestialità e l'umanità, il coraggio e la vigliaccheria, l'enigma ". Ci aiuta Oriana Fallacci a capire il senso del lavoro di Maria Grazia e di quelli come lei che amano la professione di giornalista, e di cui una vera democrazia ha bisogno al pari di bravi deputati, di bravi ,ministri, di bravi magistrati.

Carl Bernstein, il leggendario giornalista del Washington Post che con Bob Woodward scoprì lo scandalo Watergate che portò alle dimissioni del Presidente degli U.S.A. Nixon, ha risposto a un intervistatore che gli chiedeva se i reporter non farebbero meglio a starsene a casa: "E' necessario restare in prima linea perché un'informazione libera, completa e senza paura è uno dei diritti-doveri più elevati delle democrazie vere."

E se non vi ha convinto Bernstein, ascoltate Ettore Mo, decano degli inviati del Corriere della Serra: " Mia dolce Maria Grazia: avessi avuto un minuto riguardo per la tua salute per la tua vita, ti saresti contentata di rimanere in periferia. Però io so che non avevi scelta. E questo per rintuzzare il coro di coloro che, in nome del buonsenso, ritengono che, tutto sommato, ci sia un limite oltre il quale non si può andare, un limite che si può facilmente definire rischio calcolato. Ma la difficoltà, in situazioni estreme drammatiche, consiste proprio nel calcolare le dimensioni del rischio: e in questa zona d'incertezza, lo devo ammettere, le emozioni, l'istinto hanno quasi sempre il sopravvento sulla razionalità ... io, tanto più vecchio,avrei fatto la stessa cosa".

E se neanche questa citazione vi ha convinto, pensate almeno alle parole di Agata D'Amore, 74 anni, madre di Maria Grazia Cutoli: "mia figlia era una ragazza in gamba, altrimenti non sarebbe stata mandata la giù".

Ti bacio, Maria Grazia, grazie. Grazie.

Gianpiero De Santis

(da: Polis, nov-dic, 2001)

 

 


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Ultimo aggiornamento ( Sabato 24 Aprile 2010 16:35 )  
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