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Mani Pulite?

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È ora di riflettere per costruire responsabilmente una democrazia più compiuta.
Si rischia la condanna per eresia se ci si chiede cosa ha prodotto di buono l'opera giudiziaria agli annali conosciuta col nome di "Tangentopoli". Si rischia l'eresia perché si da per scontato che essa sia stata un'operazione salvifica al limite del miracoloso e come tutti i miracoli che si rispettino non può che essere confacente al Bene per definizione.
Comunemente si afferma che essa ci ha liberati da una classe politica corrotta che sembrava inaffondabile ed invincibile. In realtà bastava non votare quella classe politica di cui tutti conoscevamo la natura. Senza aspettare Di Pietro, Borrelli o Caselli potevamo mandare a casa Andreotti, Craxi, Forlani e tutto il resto della truppa semplicemente votando un altro partito, i D.5. per esempio, che già alle elezioni del 1992 aveva abbandonato la dicitura comunista e non faceva più paura a nessuno. Eppure no, noi italiani abbiamo atteso Tangentopoli per cambiare partito, come se ci voleva un sostituto procuratore per rivelarci la natura dei nostri governanti.
Questo ruolo assolutamente politico della magistratura è il filo conduttore del lavoro di Napoleone Colaianni, che ci aiuta ad assumere un atteggiamento più critico nei confronti degli avvenimenti della nostra storia recente. La magistratura non ha il compito di selezionare la classe dirigente, né duello di scrivere le leggi, né quello di intervenire nel dibattito politico per condizionarlo con la propria autorità. La magistratura è uno dei centri di potere statale ed in esso, come stabilisce la Costituzione, si esercita la funzione giudiziaria. In altre parole, compito di ogni magistrato è di far rispettare la legge attraverso le proprie indagini e le proprie sentenze, punto e basta. Quello che Colaianni denuncia non è l'azione giudiziaria vera e propria, della duale ribadisce la ineluttabilità, ma i risvolti politici volutamente cercati attraverso l'attività giudiziaria stessa.
In uno Stato in cui il Parlamento fa le leggi, il Governo esegue e da attuazione alle norme e la Magistratura valuta il mancato rispetto delle stesse attribuendo le pene o le sanzioni previste dai codici secondo le loro procedure, non è ammissibile che si crei una situazione di totale supplenza del potere legislativo da parte dei potere giudiziario, pena un' insopportabile alterazione degli equilibri di potere e quindi dei diritti di ogni cittadino. Eppure questo è quanto è accaduto in Italia negli ultimi anni in cui si è verificato che un decreto sia stato ritirato per l'intervento di,censura a mezzo stampa di un procuratore generale di un tribunale. E come se durante un processo fosse intervenuto un ministro per determinare la sentenza di condanna o di assoluzione o per archiviare il caso senza fare luce sui fatti. In un caso o nell'altro si può ben parlare di alterazione della democrazia.
Mani Pulite, edito da Mondadori nella collana "piccole frecce", è uno strumento per comprendere come questa stortura democratica sia potuta accadere in Italia senza che nessuno abbia avuto la forza di ribellarsi. Con un estremo atto di onestà intellettuale, Colaianni accusa la sinistra postcomunista, nella duale egli ha militato fino al 1998, di aver approfittato indegnamente dell'operato dei giudici per ricavare dei benefici a breve termine anche a scapito della salute delle Istituzioni democratiche come il Parlamento ed il Governo.
Rileggere questo libro a due anni e passa dalla sua pubblicazione è ancora un'operazione al passo con i tempi perché l'Italia non è ancora uscita dalla crisi istituzionale da cui è affetta. II conflitto permanente tra le Istituzioni; l'invasione di campo a cui si assiste ogni qual volta si cerchi di migliorare la nostra Carta Costituzionale da parte di settori della Magistratura che non sono chiamati a svolgere questo compito; l'incapacità della nostra classe politica di trovare una definitiva cura a questa malattia; tutte queste sono condizioni di immobilismo patologico che durano ormai da troppo tempo e che non hanno ancora reso anacronistiche riflessioni che hanno la data del gennaio 1996.
Un'annotazione di Leonardo Sciascia a margine dell'inchiesta sul rapimento di Aldo Moro recitava: "L'Italia è un paese senza verità: bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato". Parole per qualcuno troppo difficili.

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